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Spagna alla ricerca di un nuovo governo tra alleanze e nuove elezioni

Spagna, alla ricerca di un nuovo governo tra alleanze e nuove elezioni

Cercasi governo per la Spagna. A quasi un mese dalle elezioni, la penisola iberica sta vivendo una situazione di blocco totale della sua vita politica. E c’è già chi parla di prossime elezioni. Quello uscito dalle urne lo scorso dicembre è infatti un autentico rebus per la formazione del nuovo governo. Nessun partito ha la maggioranza necessaria per governare. Per dare stabilità al Paese occorrerebbero dei patti, ma i veti incrociati sono tali che il blocco sembra insuperabile. Senza accordi il Re Felipe VI sarà costretto a riconvocare le elezioni per la prossima primavera.

Eppure, in un primo momento, i risultati elettorali di dicembre (qui la reazione dei mercati)  sono stati accolti con favore per la comparsa di nuove figure politiche alla guida di nuovi partiti, Podemos a sinistra e Ciudadanos al centro. Dopo il voto si era parlato di un vento nuovo sulla Spagna. Oggi però il Paese appare tanto rinnovato quanto ingovernabile. Uno degli scenari possibili è quello che vede l’alleanza fra Partito Popolare (il più votato ma senza maggioranza assoluta dei voti) e Socialisti: hanno i numeri per governare ma al momento le distanze sembrano incolmabili. Il premier uscente, Mariano Rajoy, reclama il diritto di formare un governo data la maggioranza relativa conquistata alle urne, ma attualmente non ha alcun partner e la sua carta migliore sarebbe una grande coalizione appunto con il partito socialista, in cambio di concessioni in materia di riforme costituzionali.

Un primo segnale di apertura c’è stato nei giorni scorsi con l’insediamento delle Cortes. Eletto nuovo presidente del Congresso dei deputati il socialista Patxi López grazie a un patto fra Psoe e Ciudadanos, che ha ottenuto l’appoggio anche del Pp. Elezione questa, che fa sperare in un possibile accordo per la formazione di governo. Anche se il leader del Partito socialista spagnolo Pedro Sánchez, resta fermo sulle sue posizioni: non intende appoggiare un esecutivo guidato dal conservatore Rajoy. Ha annunciato anzi che cercherà di dar vita a un patto con Podemos e la formazione di centro-destra Ciudadanos. “Ci unisce il cambiamento – dice Sánchez – Un cambiamento progressista, riformista, che rigeneri la nostra vita democratica, che ripristini il benessere e metta fine alla frattura nella convivenza in Catalogna”.

Intanto dalla Catalogna, regione più ricca della Spagna, arriva in questi giorni una rinnovata spinta verso l’indipendenza con l’elezione di un presidente regionale indipendentista. Sostenuto da una coalizione che va dalla destra conservatrice alla sinistra anticapitalista, Carles Puigdemont, 53 anni, è stato nominato dai parlamentari catalani dopo l’improvvisa uscita di scena di Artur Mas. Nei prossimi 18 sarà lui a condurre la Catalogna verso la secessione dalla Spagna, in un momento di evidente debolezza nazionale. Debolezza temuta dall’agenzia di rating Fitch, preoccupata per le mancate riforme e il conseguente indebolimento del rigore fiscale. Secondo Fitch, la forte ripresa ciclica dell’economia ha consentito di evitare alcuni problemi di consolidamento fiscale ancora da risolvere: il deficit/pil nel 2015 è sceso al 4,3%, mentre nel 2016 dovrebbe attestarsi al 3,1% e al 2,7% nel 2017. Tuttavia restano forti i dubbi sullo stock del debito pubblico, che dovrebbe crescere al 99% sul Pil quest’anno per ritornare al 90% solo nel 2024. Insomma l’incertezza politica potrebbe frenare la penisola iberica dal proseguire la strada delle riforme e moderare il benefico ciclo di ripresa degli ultimi tempi.

Di Enza Petruzziello